L'area archeologica della Villa di Teodorico a Galeata (Forlì-Cesena)

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The Baths of  the villa of Teodorico  

Il 16 ottobre 2010 è stata inaugurata l’area termale della Villa di Teodorico a Galeata, nell'appennino forlivese.
Il sito archeologico, scavato per la  prima volta nel 1942 da un gruppo di studiosi dell'Istituto Archeologico Germanico di Roma, venne inizialmente interpretato come il palazzo di caccia del re Teoderico, in base al racconto della Vita di S. Ellero.
Dopo un lungo periodo di inattività, durante il quale l'area era stata integralmente risepolta, nel 1998 sono ripresi gli scavi, a cura del Dipartimento di Archeologia dell'Università di Bologna, dietro concessione della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia-Romagna.
Le ricerche hanno individuato sia strutture romane sia teodoriciane, portando alla luce un elegante quartiere termale, con i canonici ambienti riscaldati artificialmente (calidarium e tepidarium) e gli ambienti freddi (frigidarium); collegato a questo settore coperto, un ampio cortile pavimentato in lastre di arenaria con al centro un grande vasca. Il quartiere termale era parte di una ricca residenza signorile databile tra la fine del V e l'inizio del VI sec. d.C.
Grazie all'acquisto di un ampio settore dell'area archeologica da parte del Comune di Galeata e a un primo intervento di musealizzazione, il pubblico può finalmente visitare l’area termale della Villa di Teodorico, con le strutture archeologiche perfettamente restaurate, gli apparati didattici appositamente realizzati e le passerelle che offrono al visitatore, allo studioso e all’appassionato di archeologia una vista dall’alto privilegiata dello scavo. Per visitare l'area archeologica rivolgersi al Comune di Galeata, tel. 0543.975411 - Ufficio Cultura


Veduta dell'area di scavo dell'impianto termale della Villa di Teodorico

Il territorio di Galeata ha una storia antica. L’abitato medievale di Galeata era situato un po’ più a monte del paese attuale, a sinistra del fiume Bidente. E la storia altomedievale di Galeata è legata alla figura del re goto Teodorico e ai suoi rapporti con l’eremita S. Ellero, fondatore dell’omonima abbazia.
L'Abbazia di S. Ellero fu fondata alla fine del V secolo da Ellero, che dopo nove anni di esistenza eremitica diede vita a Galeata a una comunità monastica, tra le prime in occidente, improntata sulla regola ascetica, la teologia del lavoro, la condivisione dei beni e la carità. In un passo della Vita Hilari, una fonte agiografia risalente all'VIII secolo che racconta la vita di Ellero, viene narrato l'incontro fra il Sant'uomo e il re goto Teodorico (o Teodericus, detto alla latina), a conclusione del quale, la dolcezza evangelica dello stesso Ellero avrà ragione della fierezza del re, che rimarrà affascinato dalla personalità del santo eremita e donerà terre all'Abbazia.
Lo scenario dell'incontro tra Teodorico ed Ellero sembra essere raffigurato in due lastre, peraltro non coeve, collocate in origine in un'edicola posta a circa 200 metri dall'Abbazia, nel luogo che si presume sia stato lo scenario del memorabile incontro. La lastra che rappresenta Sant'Ellero con il libro della regola in mano dovrebbe datarsi fra l'VIII e il X secolo, mentre quella che raffigura Teodorico, nell'atto di essere sbalzato dal cavallo, non sembra essere stata realizzata prima del XIII secolo.


Rilievo raffigurante l'incontro fra S. Ellero e Teodorico
Museo Civico "Mons. Domenico Mambrini" di Galeata (foto Comune di Galeata)

Le due lastre sono attualmente esposte nel Museo civico "Mons. Domenico Mambrini" di Galeata. Ellero muore il 15 maggio 558 all'età di 82 anni. Il sarcofago che contiene le sue spoglie mortali, ornato da croci entro nicchie e databile fra l'VIII e I IX secolo, venne collocato nella cripta, che costituisce il nucleo più antico della chiesa. Qui si compiono riti legati alla magia delle pietre salutari allo scopo di curare i dolori alla testa e alla schiena. A causa delle vicissitudini dei tempi e delle periodiche scosse sismiche (la più devastante nel 1279) la chiesa è stata più volte riedificata. L'edificio attuale è il frutto di numerose ricostruzioni e restauri. La facciata, in blocchi di arenaria, di chiara impronta romanica e risalente all'XI-XII secolo, è dominata da un portale adornato da capitelli, animati da monaci, nell'atto di pregare, che si contrappongono a sirene, personificazione della lussuria. Nella parte sovrastante, campeggia un grande rosone. Lungo il lato meridionale della chiesa, tracce di arcate suggeriscono la probabile ubicazione del monastero che si sviluppava intorno al chiostro

La Villa di Teodorico
Le prime indagini archeologiche in località Saetta presso Galeata furono intraprese nell'autunno del 1942 dall'Istituto Archeologico Germanico di Roma, in collaborazione con l'allora Soprintendenza alle Antichità di Bologna (oggi Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia-Romagna).
Gli scavi condotti da Friedrich Krischen e Siegfried Fuchs riportarono in luce i resti di quello che i due archeologi tedeschi definirono un "Palazzo di caccia" appartenuto al re goto Teodorico, il cui nome è legato al territorio galeatese grazie ad un celebre passo della Vita Hilari (una fonte agiografica medievale risalente all'VIII secolo), nel quale si narra dell'incontro del Santo Ellero con il re. Le ipotesi ricostruttive del "Palazzo" proposte da Krischen, tuttavia, erano del tutto ipotetiche (se non fantasiose) e basate su teorie errate, allorché si scelse di interpretare le strutture venute in luce come la testimonianza in Italia di un'architettura "gota" o germanica, del tutto inedita e basata su un presupposto antistorico, in netta contraddizione con quello che le fonti ci tramandano del re, quale continuatore ed erede della grande tradizione dell'architettura tardo-romana.
Planimetria della Villa di Teodorico a GaleataGli scavi, condotti a partire dal 1998 dal Dipartimento di Archeologia dell'Università di Bologna, diretti dal Prof. Sandro De Maria e coordinati sul campo dal Prof. Riccardo Villicich, hanno portato ad una nuova chiave di lettura dell'intero sito archeologico. Si è potuto constatare come in realtà nell'insieme di ambienti portati in luce dagli archeologi tedeschi sia da riconoscersi solo un settore di una grande villa, la cui costruzione è si databile fra il tardo V e gli inizi del VI secolo d.C., ma i cui limiti sono decisamente più estesi di quelli precedentemente ipotizzati. La villa, che per cronologia e per ricchezza di soluzioni doveva essere effettivamente appartenuta a Teodorico, era infatti articolata in più settori e padiglioni, collegati fra loro tramite lunghi corridoi e ampie aree scoperte. Tale schema architettonico è stato confermato dal rinvenimento di una vasta corte quadrangolare, che fungeva da "cerniera" fra le terme della villa e il settore individuato nel 1942, al quale era collegato tramite un lungo corridoio. E' ormai quasi certo, purtroppo, che il padiglione di rappresentanza, quello più prestigioso della villa, sia andato perduto per sempre a seguito del suo crollo nell'alveo del torrente Saetta, contestualmente alla distruzione del sistema di terrazzamento artificiale che lo sosteneva.
Non si esclude, tuttavia, che un piccolo lembo di questo settore sia ancora conservato sotto l'attuale strada del Pantano. La villa, o parte di essa, sembra essere stata abbandonata nel corso del VII secolo, come confermano gli scarichi ceramici e le ossa animali, residui di bivacchi occasionali, nel riempimento della vasca al centro della corte quadrangolare. I recenti scavi hanno confermato, inoltre, come il sito della villa di Teodorico sia un'area archeologica pluristratificata, frequentata almeno a partire dal VI secolo a.C. fino al IX d.C. e oltre. Lo dimostrano le evidenti tracce di un insediamento della tarda età del ferro (fra cui un lungo canale che ha restituito materiale ceramico e resti organici) e i numerosi resti romani, di età repubblicana e imperiale, pertinenti ad una o più ville preesistenti alla residenza teodericiana (con aree produttive annesse, come dimostra il rinvenimento di una piccola fornace per ceramica)

Le Terme
Ricostruzione 3D dell'impianto termale della Villa di Teodorico a Galeata - Riproduzione vietata, proprietà Università degli Studi di Bologna
Le terme dovevano costituire uno dei padiglioni più prestigiosi della villa di Teodorico a Galeata; un vero e proprio settore di rappresentanza destinato all'ozio, al tempo libero e alla cura del corpo, percorrendo il quale traspariva in modo inequivocabile, per dimensioni, varietà di soluzioni architettoniche e ricchezza dei materiali, il rango di assoluto primo piano del committente. Per avere un'idea delle loro dimensioni, basti pensare che le terme della villa privata di Teodorico occupano un'area di gran lunga più grande di quella delle terme pubbliche della vicina città romana di Mevaniola. Il quartiere termale, decentrato rispetto al nucleo della villa e suddiviso in un settore estivo e in uno invernale, era raggiungibile grazie ad un lungo ambulacro, con probabile fronte porticata affacciata su un'area a giardino a nord delle terme. Dall'ambulacro si accedeva ad una grande corte quadrangolare scoperta, pavimentata in arenaria e circoscritta da quelli che dovevano essere alti muri di cinta. Al centro dello spazioso deambulatorio venne ricavata una vasca o piscina di forma rettangolare, anch'essa pavimentata con lastre di arenaria. La scarsa profondità dell'invaso rende improbabile la sua identificazione quale natatio, suggerendone una mera funzione ornamentale oppure un utilizzo per semplici e limitate abluzioni refrigeranti. Il settore estivo delle terme, gravitante intorno alla corte quadrangolare era completato da due ambienti di notevoli dimensioni, posti in modo speculare lungo il lato nord e sud del deambulatorio, e da un lungo edificio tripartito. Quest'ultimo consisteva in due vasche laterali e in un ambiente quadrato centrale, attraverso il quale si accedeva al comparto invernale, suddiviso a sua volta in una sequenza di ambienti riscaldati e non, disposti lungo un primo edificio longitudinale, terminante con un’ abside, e una seconda struttura a pianta centrale, che richiama evidentemente una croce greca. Dopo il loro abbandono le vasche delle terme vennero usate come discariche e in età medievale, quando il complesso divenne un rudere parzialmente sommerso dalla terra, l'area fu utilizzata per sporadiche sepolture. La fisionomia architettonica del "quartiere termale" della villa, del tutto originale e riconducibile a ben pochi confronti, sembrerebbe confermare come le terme private tardo romane costituiscano una gamma di esempi finiti molto differenti fra loro, se non per alcuni particolari comuni, quali la presenza di grandi padiglioni ottagoni e la progressiva diminuzione, soprattutto in ambito occidentale, degli ambienti riscaldati a vantaggio di quelli destinati ad abluzioni in acqua fredda. Questo fenomeno trova giustificazione nell'aumento esponenziale del prezzo della materia prima per il riscaldamento e nella difficoltà a reperirla

Le Terme: il settore estivo
Il settore estivo del quartiere termale gravitava intorno alla grande corte scoperta ed era connotato da una serie di strutture destinate prevalentemente ad abluzioni e bagni in acqua fredda o al ristoro di chi soggiornava nelle terme durante l'estate. Per quest'ultimo scopo, erano stati costruiti i due vani gemelli, lungo i lati nord e sud della corte, con la funzione di sale da pranzo o di ambienti di riposo, per rinfrescarsi, proteggersi dai raggi del sole e dalla calura dell'estate. Ad oriente del deambulatorio, a mo’ di diaframma fra il settore estivo e quello invernale, venne ricavato, inoltre, un lungo vano di forma rettangolare, caratterizzato da una sorta di vestibolo centrale o apodyterium di forma quadrata, attraverso il quale si poteva accedere a due vasche laterali, simmetriche, ubicate a nord e a sud di quest'ultimo. La vasca settentrionale era pavimentata in modo composito con lastre di arenaria, alternate a listelli e lastre di marmo irregolari. Sul pavimento della vasca, a causa della quota inferiore rispetto ai piani pavimentali, è stato possibile rinvenire parte del crollo della copertura voltata di quest'ultimo ambiente. La presenza di un grande numero di tubuli a siringa, alcuni dei quali ancora concatenati in serie di cinque o sei esemplari, fornisce un importante elemento di riferimento sulla tecnica costruttiva delle volte e sul materiale impiegato. Si ipotizza che l'edificio rettangolare presentasse due volte a botte laterali, che coprivano entrambe le vasche, e una volta a botte "lunettata" in corrispondenza del vestibolo centrale, secondo uno schema peraltro non raro, che consentiva di ricavare finestre lucifere nella volta al centro. La presenza di grandi vetrate nell'edificio è peraltro confermata dal rinvenimento di numerosi frammenti di vetri da finestra. Della pavimentazione della vasca meridionale, a causa dell'approfondimento delle arature, si è conservato solo un piccolo lacerto in arenaria nell'angolo nord-occidentale. Non vi sono motivi, comunque, per dubitare che il piano pavimentale fosse del tutto simile a quello della gemella settentrionale. L'acqua delle due vasche defluiva attraverso fistule plumbee, conservatesi in parte, in un sistema di canalizzazione a "T", che scorreva sotto il pavimento dell'apodyterium, per poi scaricare in un collettore centrale, localizzato sotto il pavimento in arenaria della corte quadrangolare, da cui l'acqua veniva convogliata verso sud, in direzione del torrente Saetta. Non è chiaro il motivo della duplicazione delle vasche nell'ambito dello stesso edificio. Se non si vuole ricondurre questa soluzione ad una semplice scelta estetica o a regole di simmetria, si può supporre che una delle due vasche fosse destinata agli uomini e l'altra alle donne. Immediatamente a nord di una delle due vasche, vi erano le latrine. Di queste ultime si conserva la canaletta di scarico. Dall'apodyterium, mediante una rampa di gradini si accedeva al frigidarium, dove prendeva avvio il percorso termale vero e proprio

Le Terme: il settore invernale
Lo scavo di alcune fosse di spogliazione (di età medievale e moderna) delle strutture murarie del settore termale
Il settore invernale delle terme era costituito da un allineamento assiale, nord-sud, formato da tre ambienti, interpretati come laconicum, tepidarium e frigidarium, ai quali si innesta, mediante un piccolo ambiente di raccordo, un grande calidarium ottagonale, attualmente ricoperto dalla terra per problemi di conservazione, con annesse tre vasche per bagni in acqua calda (alvei). Sono stati rinvenuti, inoltre, due dei quattro praefurnia destinati a produrre il calore necessario ai vani che dovevano essere riscaldati. Purtroppo, lo stato di conservazione delle strutture è drasticamente compromesso, a causa dei lavori agricoli e delle spogliazioni che hanno interessato i ruderi del palazzo a partire dall'età medievale e che hanno causato l'asportazione pressoché completa dei piani pavimentali. In alcuni ambienti si sono però conservati gli ipocausti, rendendo così possibile un'osservazione diretta del sistema di riscaldamento dei vani. I pavimenti di questi ambienti erano sostenuti da mattoni bipedali, rinvenuti negli strati di crollo, sorretti a loro volta da pilastrini, costituiti da mattoncini quadrati di buona fattura (detti bessali), che poggiavano sul piano dell'hypocaustum in cocciopesto. Il calore prodotto dalla combustione usciva dal praefurnium attraverso un'apertura rettangolare e giungeva all’ipocausto del primo ambiente riscaldato, il laconicum; da qui, in parte risaliva attraverso un sistema di tubuli nell'ambiente superiore, riscaldandone le pareti, ed in parte raggiungeva l'ipocausto del tepidarium limitrofo, attraverso opportune bocche aperte nelle strutture murarie di separazione. Tale sistema di riscaldamento era previsto, naturalmente, anche nel caso del calidarium. L'acqua destinata alle vasche (alvei) del calidarium ottagonale era riscaldata da apposite caldaie (ahenae) di forma cilindrica. L'ambiente di forma rettangolare, chiuso a meridione da un'abside, era sicuramente il frigidarium come è stato confermato dal rinvenimento di ciò che restava dei gradini dell'ampia scala destinata a colmare il dislivello fra il piano del tepidarium, sopraelevato con il sistema delle suspensurae, e quello dell'ambiente absidato, mettendoli in comunicazione. L'abside, con cui si chiudeva a sud il vano, doveva accogliere al suo interno una vasca semicircolare, destinata alle abluzioni in acqua fredda. Il rinvenimento di numerosi frammenti di lastre marmoree, in tutto il settore, dimostra che non solo il rivestimento delle vasche, ma anche i pavimenti e gli zoccoli di alcune pareti dovevano essere di marmo


Ravenna: Sant'Apollinare Nuovo - Il mosaico interpretato come il Palazzo di Teodorico

A poca distanza dall'odierno centro urbano di Galeata sono visibili i resti dell'antica città romana di di Mevaniola. Degli scavi eseguiti sono visibili un teatro e parte di un edificio termale. Poco più a nord di Galeata è l'insediamento altomedievale con l'area archeologica della Villa di Teodorico mentre su un poggio situato a ponente si erge l'abbazia di S. Ellero, fulcro della vita religiosa e culturale per tutto il medioevo nei luoghi che, secondo la tradizione, videro l'incontro tra Ellero, il monaco santo, e Teodorico, re dei Goti.
Mevaniola ebbe certamente abitanti con buone capacità economiche. Appartiene a Marco Satellio Marcello, commerciante di porpora, la stele conservata nella canonica della chiesa parrocchiale di Santa Sofia (e il cui calco è esposto nel Museo Civico) mentre è dedicata a Quinto Valcenna Proculo la base poi riutilizzata in epoca medievale come fonte battesimale nella Pieve di San Pietro in Bosco a Galeata. Le buone capacità economiche degli abitanti della città, situata su una delle direttrici principali di traffico tra i due versanti dell'Appennino tosco-romagnolo, sono documentate dalla presenza di materiali fittili non solo di produzione locale ma importati dalle due aree.
La vita del centro cessò per ragioni tuttora ignote verso il IV-V secolo d.C. quando il pianoro verso Pianetto venne abbandonato a favore della zona più prossima all'odierna Galeata dove, sul sito della precedente villa romana, sorse l'edificio tardoantico oggi noto come "villa di Teoderico". Marmi e materiali diversi provenienti dai monumenti cittadini furono dispersi o reimpiegati, secondo un uso diffuso in età tardoantica, in edifici medievali, tra cui spicca l'abbazia di Sant'Ellero.