L'area archeologica della Pieve e della Chiesa di S. Giovanni Battista a San Giovanni in Galilea
Presentazione dei lavori sabato 9 ottobre 2010
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Comunicato stampa

Sabato 9 ottobre 2010, alle ore 17

Presentazione dei lavori di restauro e musealizzazione
dell'area archeologica della Pieve e della Chiesa di San Giovanni Battista
 in località "La Piva" di San Giovanni in Galilea (lungo Via la Pieve)
frazione di Borghi (FC)

Veduta della musealizzazione dell'area archeologica di San Giovanni in GalileaA poco più di un anno dall'inaugurazione del rinato e rinnovato Museo Renzi, la piccola frazione di San Giovanni in Galilea, nel Comune di Borghi (FC), si arricchisce di un nuovo gioiello: la musealizzazione dell'area archeologica della Pieve e della Chiesa di San Giovanni Battista, in località "La Piva".
I primi scavi archeologici in località "La Piva", risalenti al 1970, avevano portato alla luce le fondazioni dell'abside semicircolare di un'antica Pieve bizantina, crollata in seguito a una serie di frane, ci cui l'ultima risalente al XIX secolo. L'edificio sorgeva in una posizione strategica, all'incrocio di antiche strade che collegavano il territorio con la Val Marecchia ed il Montefeltro e con le valli dell'Uso e del Rubicone. È probabile che la costruzione di un così imponente edificio sia stata opera dei Bizantini, come elemento cardine di un progetto di evangelizzazione e ripopolamento del territorio, in un luogo allora cosi isolato ed impervio, dopo la fine delle disastrose guerre greco-gotiche, all'epoca dei Vescovi di Ravenna Massimiano e Agnello (546-570).
I primi documenti che attestano l'esistenza di questa Pieve sono due pergamene del Codice Bavaro, datate tra il 750 ed il 980, e un atto del 970, dove viene citato «il plebato di San Giovanni in Galilea». Abbastanza numerose sono anche le citazioni relative ad elenchi di cappelle da essa dipendenti e a registri di decime pagate dalle chiese della Diocesi di Rimini tra il 1059 e il 1376.
Fino agli inizi del XVI secolo, però, non esistono notizie dettagliate sulla Pieve anche se pare chiaro che fino al XIII secolo questa sia stata il centro amministrativo e religioso di villaggi sparsi (S. Giovanni in Galilea, il Castello dei Borghi, S. Martino in Converseto, Sogliano, Scorticata, Torriana), dove gli abitanti si radunavano per motivi religiosi e civili.
Nei secoli seguenti la documentazione non solo aumenta (tra visite pastorali, atti notarili, memorie dei Parroci, ecc...) ma si arricchisce spesso di interessanti particolari.
Con il passare del tempo è probabile che, a causa degli slittamenti del terreno dovuti anche alle peggiorate condizioni climatiche, la prima chiesa abbia subito dei danni e che siano stati necessari dei lavori di risistemazione: la ristrutturazione dell'edificio plebano risale all'epoca romanica. È a questo periodo che possiamo collegare sia la costruzione all'interno della pieve di una cripta, sia il rivestimento del paramento esterno con pietre squadrate, come attesterebbero i blocchi murari affioranti a valle della frana, nel Rio Ferale (oggi Puccio), secondo le nuove tecniche costruttive introdotte da maestranze romaniche provenienti dalla Lombardia, tra il XII ed il XIII secolo.
Ipotesi ricostruttiva della Pieve bizantina (arancione) e della successiva chiesa di XVI secolo (Ricostruzione 3D dello Studio Massimo Bottini di Santarcangelo di Romagna)All'inizio del XVI secolo tuttavia la Pieve, ormai inagibile a causa dei movimenti franosi, viene abbandonata. Ad oriente della vecchia abside viene costruita la Pieve "nova", rinvenuta negli scavi del 2004-2009.
Degno di nota è un testamento del 1525, dove è citata la "chiesa nova di S. Giovanni Battista". Pochi anni dopo, l'edificio risente già di nuovo dei movimenti franosi e l'umidità inizia ad infiltrarsi nei muri. Nel 1544 il Vescovo Parisani, nella relazione della sua Visita pastorale, manifesta timori nei riguardi delle fondamenta dell'edificio; nel 1572 il fonte battesimale viene collocato nella chiesa di San Pietro, dentro le mura, per essere poi riportato, dopo alcuni restauri, nella "chiesa nova".
Nel 1620 il Vescovo Pavoni ci lascia una particolareggiata descrizione della chiesa e dei suoi arredi interni: risulta che l'Altare è già stato spostato ad occidente. Nel 1681 l'edificio diviene inagibile, perché la parte orientale minaccia di crollare: il Vescovo Galli ordina quindi di restringerlo, con l'abbandono dell'abside, riadattata forse a cappelletta.
L'ultimo tentativo di risanamento, ad opera di Don Gaudenzo Giovanardi, è inutile perché ben presto la chiesa dà «segni d'apertura» e nel 1741 il fonte è portato definitivamente in San Pietro dove, un anno dopo, vengono trasferiti anche i quadri e tutte le suppellettili.
Il 22 maggio 1742 il tetto crolla ed anche questa chiesa viene abbandonata.

I primi saggi di scavo per rintracciare l'antica Pieve di San Giovanni sono condotti nel 1970. L'archeologa Elsa Silvestri, su proposta del direttore del Museo Renzi, Sergio Foschi, e dell'allora Soprintendente archeologico Gino Vinicio Gentili trova l'imponente muro di fondazione dell'abside semicircolare dell'antica Pieve posto sul ciglio della frana. Le fondazioni dell'abside, in grossi ciottoli legati da malta, hanno uno spessore di un metro e 40 circa e la navata doveva essere larga circa 15 metri. Al centro dell'abside c'è un grosso pilastro cilindrico di 2 metri di diametro, probabile sostegno di una cripta.
La Pieve, costruita tra il VI e il VII secolo, doveva essere simile a quella di Santarcangelo, con abside rivolta ad oriente e a navata unica. Il paramento esterno della Pieve è pressoché sconosciuto, anche se alcuni blocchi murari, affioranti nella zona del cosiddetto "Rio Puccio", a valle della frana, suggeriscono una costruzione in pietra squadrata, tipica degli edifici romanici.
In considerazione della necessità di verificare i dati che emergevano dalle fonti scritte, nel 2004 vengono avviate ulteriori ricerche promosse dal direttore del Museo Renzi, Michele Gaudio, sotto la direzione scientifica dell'archeologa della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna, Maria Grazia Maioli.
L'A.R.R.S.A. (Associazione Riminese per la Ricerca Storica ed Archeologica - Sezione Alta Valle del Rubicone) e il Museo Renzi iniziano gli scavi ad oriente della Pieve: vengono alla luce le fondazioni della Pieve "nova" citata nelle fonti antiche, costruita agli inizi del XVI secolo. La chiesa rinascimentale di San Giovanni Battista è costruita in ciottoli e mattoni, legati da malta, con abside rivolta ad oriente e navata unica (m. 23 x 6,5). A causa di cedimenti strutturali, la chiesa viene ristretta, l'abside spogliata e l'altare ribaltato verso occidente, come descritto nelle Visite Pastorali. All'interno della navata, sotto al pavimento ora scomparso, vi sono quattro ossari in muratura, coperti da una volta a botte, uno dei quali dedicato ad infanti e bambini.
Nel settembre del 2009 viene riallestito e inaugurato il Museo Renzi a San Giovanni in Galilea, con due sale dedicate interamente ad entrambe le chiese, dove sono esposti parte dei materiali rinvenuti. Il mese successivo cominciano i lavori di restauro e musealizzazione dell'area archeologica, finanziati dal Comune di Borghi e dalla Regione Emilia Romagna, diretti dall'Archi. Massimo Bottini, su coordinamento della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell'Emilia Romagna e della Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici dì Ravenna ed eseguiti dalla ditta Tecne s.r.l. Questi lavori hanno permesso il ritrovamento dell'abside della chiesa del XV secolo e di un impianto produttivo di calce, composto da almeno tre calcare, utilizzate nel cantiere rinascimentale.

Rilievo con laser-scan dell'area archeologica (Akanthos s.r.l.)II restauro - Arch. Massimo Bottini e Katìa Poletti
L'intervento di restauro nella Pieve e nella Chiesa di San Giovanni Battista è stato pensato e realizzato sia per conservare le strutture murarie rinvenute durante gli scavi che per facilitarne la lettura.
La malta originale, decoesa e pressoché inesistente, è stata sostituita con una malta idraulica, che resiste agli agenti atmosferici: i conci, i ciottoli e i mattoni con cui sono costruite le fondazioni murarie, sono stati bloccati e fissati. Inoltre al di sopra di ogni muratura è stato aggiunto un filare, per preservare la struttura antica delle intemperie; sono stati anche risarciti alcuni scassi moderni. E' ben visibile una linea nera dipinta tra la muratura originale e quella nuova, per indicare il restauro moderno. Sono state ricostruite parzialmente le volte a botte in due ossari, utilizzando e lasciando in situ la centina lignea; l'area archeologica poi è stata interrata, non essendosi conservati i piani di calpestio.
L'abside della chiesa rinascimentale, del tutto spogliata, è sottolineata da ciottoli di medie dimensioni; gli ossari sono evidenziati da uno stabilizzato grigio scuro e l'interno della chiesa da uno stabilizzato color ocra.
All'esterno del muro perimetrale sud/est sono state rinvenute tre calcare, segnate con un riempimento di laterizi moderni frantumati.
La struttura moderna appartenente alla casa colonica del XIX secolo, completamente stuccata, per differenziarla dal resto, è stata riempita con corteccia per indicarne la funzione di porcilaia.
L'area archeologica nel suo complesso ha una forte valenza paesaggistica, si colloca nel luogo diventandone parte integrante e parallelamente modificandolo. Gli elementi materici utilizzati per la ricomposizione architettonica del luogo disegnano e tornano a significare la sacralità di un paesaggio scomparso, la stessa vegetazione concorre a denunciare la storia millenaria dello spazio recuperato alla vita comunitaria.
La frana, elemento fondante della storia del luogo, ritorna protagonista anche nella sua quiescenza colorando di ginestre la scarpata bioconsolidata.

Materiali dallo scavo della Chiesa di San Giovanni Battista - Dott.ssa Chiara Cesaretti, archeologa
I numerosi materiali rinvenuti provengono dalla pulizia e dallo scavo delle strutture.
Per lo più sono stati rinvenuti frammenti ceramici, appartenenti a varie tipologie di epoca rinascimentale: ingobbiata graffita policroma, berettino, maiolica policroma e in stile fiorito, ecc, databili dal XVI secolo in poi, oltre alla ceramica comune e invetriata rossa. Coeve alle ceramiche sono le monete, che si concentrano tra il XVI e il XVIII secolo e i pochi materiali vitrei, colli di bottiglie, fondi di bicchieri, beccucci di ampolle.
Inoltre, dallo scavo degli ossari sono venuti alla luce i corredi e alcuni elementi d'abbigliamento appartenenti ai defunti; gli oggetti sono estremamente poveri, sebbene il Vescovo Pavoni nel 1620, affermi che all'interno della chiesa vi erano sepolti i «parrocchiani più facoltosi». Sono stati trovati una decina di monete in bronzo, alcuni bottoni, gancini e applique, in origine cuciti sui vestiti dei defunti, oltre ad oggetti tipici femminili come spilli, ditali da cucito, alcuni anelli e bracciali in bronzo. Il rinvenimento più consistente riguarda circa 4000 grani appartenenti per lo più a rosari, ma anche a collane e bracciali, associati ad un centinaio di medagliette devozionali e crocifissi, databili tra il XVII e il XVIII secolo.

Medagliette devozionali provenienti dagli ossari della Chiesa di San Giovanni Battista
(esposti al Museo Renzi di San Giovanni in Galilea)

Tracce della Pieve altomedievale in un gruppo di frammenti lapidei - Dott.ssa Cristina Ravara Montebelli, archeologa
I recenti scavi archeologici purtroppo non hanno restituito tracce della struttura architettonica di una fase altomedievale della Pieve, forse totalmente inglobata nella moderna struttura completamente distrutta per la sua costruzione, ma un nucleo di 12 frammenti in calcare locale scolpito a bassorilievo, tradizionalmente considerato come proveniente da quella zona, riconduce alla decorazione più rappresentativa delle chiese altomedievali, il ciborio, una struttura architettonica a forma di baldacchino che sovrasta l'altare: poggia generalmente su quattro colonne raccordate mediante archi.
I motivi scolpiti sui frammenti sono quelli tipici del repertorio decorativo dell'VIII-IX secolo: la classica treccia con nastro vimineo a tre elementi o le più complesse matasse composte da vari nastri sempre tripartiti, alternati però a fiori a più petali e larghe foglie, una sorta di pampini stilizzati, ma anche il motivo a "onde ricorrenti", terminanti a ricciolo sopra una serie di archetti pieni. Delle quattro colonne che sorreggevano il ciborio resta purtroppo solo un capitellino con l'attacco della colonna, decorato con leggere incisioni, fra le quali però si distinguono chiaramente due simboli cristiani: la croce latina ed il Monogramma Cristologico.
Il ciborio, come quello della Pieve di San Leo, doveva contenere l'intitolazione della chiesa, di cui rimangono in un frammento solo queste tre belle lettere scolpite in grafia capitale: [...]ATO[...]. Un secondo gruppo di frammenti, formato da soli 5 esemplari con decorazioni analoghe, ma scolpite nel marmo, in particolare il terminale di un capitellino con motivo a foglie d'acqua, sembrerebbe appartenere ad altri rilievi architettonici di epoca bizantina, forse riutilizzati. I confronti più puntuali si sono riscontrati con i frammenti di un ciborio del Museo Arcivescovile di Ravenna, con altri rinvenuti a Roma, negli scavi del Foro di Augusto, probabilmente relativo alla chiesa di San Basilio, e con i due cibori di San Leo, ma decorazioni analoghe in calcare locale si possono trovare anche presso il Museo di Stato di San Marino e il Museo Domenico Mambrini di Galeata. In questo contesto ben si inseriscono i pochi frammenti in calcare locale rimasti relativi alla cassa di un sarcofago, che il Gerola definiva "ad acroteri di tipo bizantino", piuttosto comune nel riminese.


Ipotesi ricostruttiva di Cristina Ravara Montebelli del ciborio della chiesa sulla base del materiale lapideo rinvenuto

Scavo archeologico diretto da Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna (dott.ssa Maria Grazia Maioli) e condotto da A.R.R.S.A. (Associazione Riminese per la Ricerca Storica ed Archeologica - Sezione Alta Valle del Rubicone) e Museo Renzi (Stefano Pruni, Thomas Ramberti e prof. Michele Gaudio)
Rilievo con laser-scan ad opera di Akanthos s.r.l.
Progetto di Restauro e Musealizzazione finanziato dal Comune di Borghi e dalla Regione Emilia Romagna, sviluppato dell’Arch. Massimo Bottini, approvato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna (dott.ssa Maria Grazia Maioli) e dalla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici di Ravenna (dott.ssa Marzia Iacobellis), realizzato da Tecne s.r.l., con la collaborazione di Mauro Ricci del Laboratorio di Restauro della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna e di Katia Poletti
Testi dei pannelli: Arch. Massimo Bottini, dott.ssa Chiara Cesaretti, prof. Michele Gaudio, Katia Poletti, dott.ssa Cristina Ravara e dott.ssa Maria Grazia Maioli

Notizie su San Giovanni in Galilea
San Giovanni in Galilea (comune di Borghi, FC) sorge sul monte omonimo, a quota 447 metri s.l.m., in posizione dominante sulla dorsale che unisce trasversalmente la valle dell’Uso a quella del Rubicone, allineata ai rilievi di Torriana e Verucchio. Il popolamento ha origini antichissime che si perdono nelle più remote fasi della preistoria; sicure sono le tracce della frequentazione nell’età del Bronzo (cultura proto villanoviana), nella prima età del Ferro (cultura villanoviana) ed anche in epoca romana. I primi documenti scritti attestanti l’esistenza del luogo, ed in particolare della sua importante Pieve, sono due pergamene ravennati incluse nel cosiddetto Codice Bavaro, che risale al periodo compreso tra il 750 ed il 980. San Giovanni fu comune autonomo fino al 1816 quando fu annesso al territorio di Borghi e attualmente il suo territorio conta 200 abitanti (censimento del 31 dicembre 2006).


Veduta aerea di San Giovanni in Galilea

L’abitato di San Giovanni in Galilea dista 18 chilometri sia da Santarcangelo di Romagna sia da Savignano sul Rubicone, entrambi sulla via Emilia. L’inconfondibile monte a trapezio si staglia fra colline e mare, con le sagome del cimitero, della chiesa e della rocca malatestiana. La roccia su cui sorgeva il castello è costituita da due file di case allineate su un solo lato della strada, che nel XV secolo valsero all’abitato il nome di “Castel Lungo”. Le forti mura che lo circondavano sono state in parte abbattute e con esse l’austera Porta Ovest (“portaccia”) della quale restano poche tracce. Verso oriente si trova la Porta Est (antica sede comunale), che un tempo si raggiungeva per una strada che a settentrione fiancheggiava il paese. Sopra l’arco della porta sono ancora le larghe fenditure che accoglievano i legni del ponte levatoio e, fra esse, una nicchia quadrata nella quale, probabilmente, era incassato uno stemma. Affiancano la porta, internamente, l’ingresso al Museo Renzi e la cappella dedicata ai Caduti.
Il borgo di San Giovanni in GalileaFuori della Porta Est, sul sagrato, che è un magnifico balcone dominante la pianura e il mare Adriatico, si affaccia la chiesa del castello, dedicata a San Giovanni Battista. La strada di fronte alla chiesa conduce ai ruderi della torre malatestiana diroccata e corrosa e a quelli del castello, probabilmente fondato nel XIII secolo dalla Signoria dei Malatesta di Rimini e consolidato e ampliato da Sigismondo Pandolfo Malatesta nel Quattrocento. Della fortezza, che in seguito fu anche possedimento del duca Federico da Montefeltro, di Papa Pio II e di Carlo Malatesta di Sogliano, si conservano ancora due grandi cisterne per l’acqua.
Da dietro il cimitero, un gioiello architettonico che ha ispirato anche il poeta Tonino Guerra (in una sua ode egli auspica la conservazione di quello che lui stesso definisce come il “tappeto volante” sul Montefeltro), si può osservare uno dei più superbi panorami della Romagna e, abbassando lo sguardo, proprio innanzi, la Ripa Calbana, un gigante roccioso ormai demolito dallo sfruttamento messo in atto dall’uomo, ma che per lungo tempo, ed è quasi un paradosso, ha offerto proprio all’uomo le più adeguate condizioni per vivere in sicurezza e prosperità.
A un chilometro dal cocuzzolo, proprio in corrispondenza del bivio che da un lato porta a Sogliano e dall’altro alla strada provinciale che segue il corso dell’Uso, sul breve pianoro sopravvissuto agli smottamenti subiti dal tempo, si notano ancora i resti dell’antichissima Pieve (la Piva) fondata probabilmente attorno al VI secolo d.C. Il luogo dove sorgeva era indifeso, ma posto in posizione strategica, al centro di una rete viaria che scendeva da una parte verso la valle del Marecchia ed il Montefeltro e per l’altro versante verso le valli del Rubicone e dell’Uso; ciò mette in evidenza il carattere di centro santuariale e di contatto che il luogo rivestì fin dalle sue origini. Della Pieve oggi si conservano le fondamenta del lato absidato, mentre nelle sue adiacenze sono state portate alla luce le fondamenta della chiesa rinascimentale posteriore (scavi 2004-2007).

 

Come arrivare

In macchina da Bologna:
Autostrada A14 direzione Ancona. All'uscita di Cesena, procedere per la Via Emilia in direzione Rimini, quindi proseguire fino a Savignano sul Rubicone e da qui, direzione Sud, per Borghi.
In macchina da Ancona:
Autostrada A14 direzione Bologna. All'uscita Rimini Nord, procedere per Santarcangelo di Romagna. Da qui direzione Sud, verso Borghi.
In macchina da Roma:
E45 Direzione Ravenna, uscita Cesena Nord. Quindi Via Emilia direzione Rimini fino a Savignano sul Rubicone dove si imbocca la strada per Borghi

In treno
La stazione ferroviaria più vicina è quella di Savignano sul Rubicone